dal: 27-11-2018 al: 02-12-2018
Terminato
Corso Buenos Aires, 33, 20124 Milano
Tel: 02 0066 0606
Orari:

Sala Shakespeare: MAR-SAB: 20:30 / DOM: 16:30
Sala Fassbinder*: MAR-SAB: 21:00 / DOM: 16:00
Sala Bausch: MAR-SAB: 19:30 / DOM: 15:30

*Sala soggetta a cambio d’orari.

 

 

Prezzi: 12 < 30,50 €

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SCHEDA SPETTACOLO: IL PAESE CHE NON C’È

Stagione 2018 -2019
Di Gianluigi Gherzi e Fabrizio Saccomanno
Regia di Fabrizio Saccomanno e Gianluigi Gherzi
Cast Gianluigi Gherzi e Fabrizio Saccomanno
Una produzione Associazione Olinda Onlus
Recensione di: Nicola Viesti Voto 3

Il Paese che non c’e è quello del popolo curdo, milioni di persone che vivono divise in cinque Stati e che, a loro volta, non vogliono essere uno Stato. Gente che si ostina, in una terra incandescente e rossa di sangue, a credere in un’utopia di pace e che lotta contro il fondamentalismo islamico. Una storia, la loro, che affonda le radici nei secoli e che noi occidentali abbiamo non poco contribuito a rendere più difficile, con le nostre manie di esportazione di democrazia e necessità di confini. Una vicenda ai più sconosciuta e che il teatro prova a raccontare grazie alla sensibilità e all’impegno di Gianluigi Gherzi e Fabrizio Saccomanno, artefici di uno spettacolo che, con estremo pudore ma con grande forza, passa dalla Storia agli episodi vissuti dai singoli, ai loro strenui tentativi di marcare un’esistenza e far valere le proprie ragioni contro nemici immensamente più forti. Ed è proprio la dura realtà vissuta da ogni curdo che riesce a illuminare eventi complessi e apparentemente senza risoluzione. In cento minuti tesissimi, prima Saccomanno – che narra grandi accadimenti da una distanza quasi critica e con partecipazione piccole storie – poi Gherzi – che invece porta testimonianza diretta dell’eroismo di guerriglieri impegnati a mantenere le proprie posizioni a difesa di un città minacciata dal califfato ai confini con la Turchia – non solo sanno essere sempre emozionanti, ma anche a parlare alla ragione dello spettatore. Infine resta sul fondo un’enorme lavagna su cui i due protagonisti hanno segnato i loro racconti, hanno indicato una mappa di luoghi, di parole, di traiettorie. Ed è una visione spiazzante perché rende palese per noi l’immagine del caos, sembra rivelarci che ciò che accade in quei Paesi non riusciremo mai a comprenderlo. Eppure dovremmo sforzarci di farlo, perché quel labirinto segnato dal gesso parla anche di noi.